p 388 .



Paragrafo 5 . La religione e la pace.

     
Ci  che  appare un gesto pio e di umilt pu in realt  essere  un
atto presuntuoso e temerario. Questo accade - per Kant - quando  si
pretende di dimostrare l'esistenza di Dio, ma anche quando si  vuol
far  derivare  dalla divinit la normativa morale,  o  quando  alla
divinit  si  attribuisce la creazione di un  universo  ordinato  e
governato dalla legge dei fini.
     Certamente  nell'uomo c' un bisogno di Dio - questo  ormai  
chia-ro  -, ma non si pu confondere la soddisfazione di un bisogno
con  i  fondamenti della realt, della morale e nemmeno dell'ordine
che  noi  vediamo  nel  mondo. Il discorso  su  Dio  presuppone  la
conquista della propria autonomia da parte dell'uomo grazie all'uso
critico della ragione.
     In   questa  prospettiva  forse  non    casuale  che  il  pi
importante scritto di Kant sulla religione - La religione  entro  i
limiti  della  sola  ragione  - appaia nel  1793,  quando  l'intero
sistema  della  filosofia  critica  gi stato  esposto  nelle  tre
grandi  Critiche; e non  nemmeno un caso che il primo dei  quattro
saggi  che costituiscono questa opera di Kant fosse stampato  sulla
"Berlinische  Monatsschrift", la rivista che aveva pubblicato,  nel
1784, il dibattito sull'illuminismo al quale Kant aveva partecipato
con  la  sua  Risposta alla domanda: che cos' l'illuminismo?,  che
invitava  ad "avere il coraggio di fare uso del proprio  intelletto
senza essere guidati da un altro"(113).
     Innanzitutto Kant ribadisce una distinzione ormai tradizionale
nell'ambito della filosofia moderna: quella fra religione  rivelata
e religione naturale, o - come precisa egli stesso - pura religione
razionale.
     Non si tratta di due oggetti separati e non comunicanti, ma di
"cerchi  concentrici", dei quali la religione rivelata  rappresenta
quello pi esterno e pi vasto(114).
     Naturalmente  "il  filosofo,  in  quanto  puro  insegnante  di
ragione (procedendo per semplici princpi a priori) bisogna che  si
mantenga  nei  limiti  della sfera pi ristretta,  e  quivi  perci
faccia astrazione da ogni esperienza"(115).
     Al  filosofo, per, non pu essere preclusa la possibilit  di
confrontarsi anche con la religione rivelata e di vedere se  questa
possa  essere ricondotta "al medesimo sistema razionale puro  della
religione". "Se questo tentativo riesce, si potr affermare che  vi
  non  solamente  compatibilit, ma unione fra  la  ragione  e  la
Scrittura,  di  modo  che  colui il quale  segua  l'una  (sotto  la
direzione  dei  concetti morali) non potr mancare  di  incontrarsi
pure con l'altra"(116).
     
     p 389 .
     
     Questo accordo non  per necessario e automatico per tutte le
religioni  rivelate,  e,  qualora non  si  verificasse,  la  stessa
persona  potrebbe trovarsi ad avere due religioni (una  naturale  e
razionale, e una rivelata); ma siccome ci  impossibile e assurdo,
pu    capitare    di   seguire   una   religione    razionale    e
contemporaneamente praticare un culto. Il culto -  osserva  Kant  -
non    una  religione, ma un mezzo per comunicare  ed  entrare  in
rapporto con la divinit, quindi apparentemente non contraddittorio
con  la  religione  razionale,  alla quale  dovremmo  sforzarci  di
unirlo,  "ma  subito dopo, come l'olio e l'aceto,  si  dovrebbe  di
nuovo  lasciarli  separare l'una dall'altro, e lasciare  tornare  a
galla   l'elemento   morale  puro  (la  religione   dettata   dalla
ragione)"(117).
     Dunque,   in   Kant  abbiamo  questa  importante  distinzione:
religione razionale, religione rivelata, culto.

La religione razionale.
     
La religione razionale - come del resto ogni forma di religione - 
inseparabile  dalla  riflessione sul male e  sul  bene:  se  l'uomo
considerasse se stesso come perfezione e Sommo Bene non si porrebbe
il problema religioso, cio la ricerca fuori di s della perfezione
e del bene di cui si riconosce privo.
     
Il problema del male.
     
Esiste,  quindi,  nella  natura umana una  mancanza  di  bene,  una
imperfezione, che siamo soliti chiamare "male".
     "Che  il mondo si trovi in una condizione di male  un lamento
vecchio  quanto  la  storia, vecchio anche quanto  la  poesia,  pi
vecchia  della storia, vecchio anzi quanto la pi vecchia di  tutte
le  leggende poetiche, la religione dei preti. Tutti, non di  meno,
fanno  cominciare il mondo dal bene: dall'et dell'oro, dalla  vita
nel  paradiso  [terrestre], o da una vita ancora pi  felice  nella
comunanza con gli esseri celesti. Ma essi fanno ben presto  svanire
questa  felicit come un sogno, ed allora affrettano la caduta  nel
male (il male morale, con il quale  sempre andato di pari passo il
male fisico) in modo sempre pi accelerato verso il peggio"(118).
     Contrapposta  a questa visione di un progressivo  degrado  del
mondo verso il male, c' l'opinione - in vero molto meno diffusa  -
che  il mondo progredisca verso il meglio; "ma essa presumibilmente
 solo un'ipotesi generosa dei moralisti, da Seneca a Rousseau, per
incoraggiarci a coltivare indefessamente il germe del  bene,  posto
forse  in  noi,  qualora si possa almeno contare  su  una  naturale
disposizione fondamentale dell'uomo a questo sviluppo"(119).
     
     p 390 .
     
     Come   si  vede,  Kant  non  disdegna  di  ironizzare   contro
l'ottimismo  che  si era manifestato non solo fra gli  antichi,  ma
anche  in  un filosofo illuminista (e non  il solo) come Rousseau,
che pure ammirava moltissimo.
     Dovremmo,  per, esser ciechi per non vedere che nella  natura
umana,  pur  originariamente disposta  al  bene,  opera  anche  una
tendenza  al male. Kant - con la sua analisi razionale del problema
-   non  vuole  rinunciare  comunque  a  una  visione  ottimistica:
distinguendo  tra  disposizione al bene  e  tendenza  al  male.  La
disposizone    una  caratteristica innata dell'uomo,  un  elemento
naturale,  ed   rivolta al bene; la tendenza, invece,  pu  essere
rivolta al bene o al male, ma  sempre acquisita(120).
     La  tendenza  al  male, infatti,  legata al  libero  arbitrio
dell'uomo,  cio  alla possibilit che egli ha di  disattendere  la
legge morale data dalla ragione. Nella Critica della ragion pratica
abbiamo visto il carattere universale e a priori della legislazione
morale   della   ragione   (imperativo   categorico),   mentre   la
trasgressione  di quelle norme  contingente e legata  alla  scelta
libera  dell'individuo. Dire che "l'uomo  cattivo" non  pu  voler
dire  altro  che "l'uomo  consapevole della legge  morale,  ed  ha
tuttavia adottato per massima di allontanarsi (occasionalmente)  da
questa  legge". Dire - continua Kant - che "l'uomo    cattivo  per
natura"  significa solo che "tale qualit viene riferita  all'uomo,
considerato nella sua specie: non nel senso che la cattiveria possa
essere dedotta dal concetto della specie umana (dal concetto d'uomo
in  generale, poich allora sarebbe necessaria); ma nel senso  che,
secondo quel che di lui si sa per esperienza, l'uomo non pu essere
giudicato  diversamente, o, in altre parole, che si pu presupporre
la  tendenza al male come soggettivamente necessaria in ogni  uomo,
anche nel migliore"(121).
     Sarebbe assurdo - osserva Kant - negare che gli uomini,  anche
i  migliori, siano assoggettati alla tendenza al male: l'esperienza
ci  pone davanti un'enorme quantit di esempi, sia nelle situazioni
di   stato  di  natura  ("nel  quale  parecchi  filosofi  speravano
constatare in modo speciale la bont naturale della natura umana"),
sia  nello  stato di civilt. Questa tendenza, per, non appartiene
necessariamente alla natura dell'uomo:  legata soltanto  all'agire
soggettivo di ciascuno; il male  prodotto in noi da noi stessi. E'
vero che - alla luce dell'esperienza - il male  praticato da tutti
gli uomini, anche dai migliori; possiamo quindi dire che in qualche
modo  il  male  "ha  le  sue  radici nella  natura  umana"  e,  pi
precisamente, nella libert dell'uomo. Perci - conclude Kant -  si
pu  parlare di male radicale e di tendenza naturale al male; ma  
questa una tendenza che pu "essere vinta, perch essa si manifesta
nell'uomo come essere libero nelle sue azioni"(122).
     
La vittoria sul male.
     
Se  il bisogno di Dio - e della religione - coincide con il bisogno
di  vincere il male e la tendenza "naturale" dell'uomo al male,  la
religione  razionale non pu altro che risolversi sul  piano  della
morale.

p 391 .

"Se dunque la questione di sapere come Dio vuol essere onorato deve
essere  risolta in una maniera universale, valevole per ogni  uomo,
considerato semplicemente in quanto uomo, non v' alcun dubbio  che
la  legislazione fondata sulla volont divina non debba  essere  se
non morale"(123).
     La  religione razionale rimanda cos alla facolt legislatrice
della  ragion  pratica.  Prima  di  ogni  religione  rivelata  -  o
religione  storica  - l'uomo, "semplicemente in quanto  uomo",  pu
ricorrere alla legge morale universale dettata dalla ragione.

La religione rivelata, o storica.
     
Il  ricorso  alla  ragione per formulare  la  legge  morale  lascia
comunque  l'uomo  insoddisfatto. Abbiamo gi visto che  l'obiettivo
della realizzazione del Sommo Bene impone alla ragione di postulare
l'immortalit dell'anima e l'esistenza di Dio. La ragione deve cio
proiettarsi oltre se stessa.
     In  qualche  modo  lo stesso discorso vale  anche  per  quanto
riguarda l'origine e la natura del male. Il riconoscimento  di  una
tendenza "naturale" al male, subordinata alla disposizione al bene,
non     completamente  soddisfacente:  costringe  la  ragione   ad
ammettere  che non pu dare altre spiegazioni e al tempo  stesso  a
non potere escludere che altre spiegazioni siano possibili.
     Una spiegazione possibile pu venire dalla religione rivelata.
Tra  i  due  cerchi  concentrici (religione razionale  e  religione
rivelata) c' un fossato profondo, ma la ragione getta su  di  esso
un ponte e lascia all'uomo la possibilit di attraversarlo.
     Nella Scrittura troviamo il racconto del peccato originale. La
ragione  si  inalbera: non pu accettare che  le  colpe  dei  padri
ricadano  sulla testa dei figli perch la responsabilit,  per  gli
uomini  liberi,  strettamente individuale(124). Eppure il racconto
biblico  offre  una soluzione possibile al problema della  presenza
della  tendenza  al  male nell'uomo, che per  natura    buono:  la
Scrittura, "pur ponendo il male all'inizio del mondo, non  lo  pone
tuttavia  nell'uomo, facendolo risalire ad uno  Spirito,  originato
con destinazione pi elevata. In tal modo il primo cominciamento di
ogni  male  in generale  rappresentato allora come incomprensibile
per  noi  (infatti,  donde proviene il male  in  quello  spirito?);
l'uomo  invece    rappresentato come un  essere  caduto  nel  male
unicamente per tentazione e non dunque come corrotto nel suo  fondo
(anche  per  quel che riguarda la prima disposizione al  bene);  ma
anche come un essere ancora capace di un miglioramento in contrasto
con  uno  spirito  tentatore,  cio  con  un  essere  al  quale  la
tentazione  della carne non pu venir riconosciuta come  attenuante
della  sua  colpa;  di modo che all'uomo caduto in  tentazione,  il
quale, insieme al cuore corrotto, conserva pur
     
     p 392 .
     
     tuttavia  una buona volont, vien lasciata la speranza  di  un
ritorno al bene, da cui si  allontanato"(125).
     Il ponte gettato dalla ragione sul fossato che la separa dalla
religione rivelata  percorribile nei due sensi: in questo caso  la
rivelazione  pu  offrire  alla ragione materiale  di  riflessione.
Anche   una  religione  rivelata  -  sostiene  Kant  -  pu  essere
accettata, ma solo nella misura in cui essa non aggiunge nulla alla
religione naturale cui l'uomo pu arrivare con l'uso della ragione:
"Pu  una  religione esser perci quella naturale, ma nello  stesso
tempo  essere anche rivelata, se essa  costituita in modo che  gli
uomini  avrebbero  potuto  e  dovuto, con  il  semplice  uso  della
ragione,  giungervi  da se stessi sebbene non vi  sarebbero  giunti
cos   presto   e   con  una  diffusione  cos  grande,   come   si
richiede"(126).  Ma  nella  narrazione del  peccato  originale  c'
qualcosa di pi, qualcosa che non pu assolutamente essere  assunto
dalla  ragione:  perch  lo  Spirito  (Lucifero),  creato  per  una
"destinazione pi elevata", si  ribellato ed  diventato tentatore
e  fondamento  primo del male tra gli uomini?  Qui  la  ragione  si
arrende e riconosce il mistero.
     
La "vera chiesa universale".
     
Se  il  modo  migliore  per "onorare Dio"   quello  di  rispettare
l'imperativo  morale che ogni uomo pu trovare con la  sua  propria
ragione,  si pone il problema di vedere quale sia il ruolo  che  le
Chiese  e i diversi culti svolgono sulla Terra; ad esso Kant dedica
il quarto capitolo della sua Religione.
     Innanzitutto - osserva Kant - "per rispetto a tutti  i  nostri
doveri (che abbiamo da considerare anche, nel loro complesso,  come
comandamenti divini) noi siamo sempre, ci non di meno, al servizio
di  Dio;  la  religione razionale pura avr tutti  gli  uomini  che
pensano   rettamente  per  ministri  (senza  che   tuttavia   siano
funzionari);  ma  essi  non  potranno affatto,  per  questo,  esser
chiamati ministri di una Chiesa"(127).
     L'influenza dell'ambiente protestante in cui Kant si  formato
appare  subito  evidente: la frase che abbiamo  citato  ricorda  da
vicino  il  principio  del  "sacerdozio  universale"  sostenuto  da
Lutero.  Ci  non di meno Kant pensa che tutte le Chiese,  compresa
quella  protestante,  cos  come si sono venute  costituendo  nella
storia,  svolgano una funzione negativa. Le Chiese  si  fondano  su
"statuti",  cio  su una serie di prescrizioni  che  sono  ritenute
divine, ma che in realt sono "arbitrarie e contingenti". "Ritenere
questa fede statutaria (che in ogni caso  ristretta a un popolo, e
che  non pu contenere la religione universale) come essenziale  al
culto divino in generale, [...]  una illusione religiosa"(128).
     Il  culto,  o  meglio,  i culti sono un elemento  fondamentale
dell'illusione  religiosa:  alle  regole  arbitrariamente  ritenute
divine  su  cui  si fondano le Chiese si aggiungono  una  serie  di
azioni - dal
     
     p 393 .
     
     sacrificio  al  festeggiamento - che dovrebbero dimostrare  la
nostra   sottomissione  alla  volont  divina:  una   sottomissione
"infinita" - dice Kant -, ma non per questo "morale"(129).
     "Dallo  sciamano dei Tungusi al prelato europeo,  che  governa
insieme  la  Chiesa  e  lo  Stato [...]  dal  Vogoul  completamente
soggetto  ai sensi, che, al mattino, mette sulla testa la zampa  di
una   pelle  d'orso,  facendo  questa  breve  preghiera:  "Non   mi
uccidere"; fino al puritano e all'indipendente del Connecticut; v'
certo notevole distacco, per quanto riguarda la maniera, ma non per
quanto riguarda il principio di credere; poich, dal punto di vista
del principio, appartengono gli uni e gli altri a una sola e stessa
classe, a quella di coloro cio che ripongono il loro culto  divino
in  ci  che,  per se stesso, non rende alcun uomo migliore  (nella
fede  in certi dogmi statutari, o nella pratica di certe osservanze
arbitrarie):  solo  coloro i quali intendono di  riporre  il  culto
esclusivamente  nell'intenzione di seguire una buona  condotta,  si
distinguono dagli altri per un passaggio ad un principio del  tutto
diverso e molto pi elevato del precedente; al principio cio,  per
il  quale essi si professano membri d'una chiesa (invisibile),  che
comprende in s tutti coloro che pensano rettamente, e che sola pu
essere,  secondo  la sua essenziale costituzione,  la  vera  Chiesa
universale"(130).

La pace perpetua.
     
Nel   1795   Kant  -  cui  era  stato  imposto  di  non   occuparsi
ulteriormente  di questioni religiose - pubblic un  breve  scritto
intitolato   Per  la  pace  perpetua  (Zum  ewigen   Frieden.   Ein
philosophischer Entwurf)(131). Si tratta di una riflessione di tipo
giuridico  e  politico che, come quella sulla religione,  mette  in
evidenza  il primato della morale rispetto ad ogni altra  forma  di
legislazione o statuto.
     Il   punto  di  partenza  delle  considerazioni  di   Kant   
all'interno  della  concezione giusnaturalista e contrattualistica.
Esiste  uno  stato  di  natura  dal quale  si  esce  attraverso  un
contratto sociale.
     Lo  stato di natura - come aveva sostenuto Hobbes -  per Kant
uno  "stato  di  guerra": "Lo stato di pace tra gli uomini  assieme
conviventi non  affatto uno stato di natura (status naturalis), il
     
     p 394 .
     
     quale   piuttosto uno stato di guerra nel senso che, se anche
non  si  ha  sempre uno scoppio delle ostilit,  per continua  la
minaccia  ch'esse abbiano a prodursi. Lo stato di pace deve  dunque
essere  istituito,  poich la mancanza di  ostilit  non  significa
ancora sicurezza"(132).
     Come  i  singoli  individui, per uscire  dalla  condizione  di
guerra, hanno sottoscritto un patto istitutivo dello stato, cos  i
singoli  stati  che - nella condizione attuale -  sono  i  soggetti
della  guerra,  dovranno unirsi con un contratto che garantisca  la
pace. Il testo di Kant  strutturato proprio come un trattato,  con
i relativi articoli, da applicare ai rapporti tra gli stati.
     Il  Primo articolo definitivo per la pace perpetua dice  cos:
"La    costituzione    civile   di   ogni   Stato    deve    essere
repubblicana"(133).  Ed    proprio in  questo  articolo  che  Kant
sviluppa  il  nucleo essenziale della sua concezione  politica.  La
costituzione  repubblicana di tutti gli stati    preliminare  alla
stipula  di ogni trattato sulla pace. La costituzione repubblicana,
infatti, si fonda: "1) sui princpi della libert dei membri di una
societ  (in  quanto uomini); 2) sui princpi della  dipendenza  di
tutti  da  un'unica  legge  (in quanto  sudditi);  3)  sulla  legge
dell'uguaglianza di tutti (in quanto cittadini)"(134);  per  questo
essa  sola pu garantire la partecipazione consapevole di  tutti  i
cittadini  alle  decisioni che riguardano lo stato, incluse  quelle
relative alla pace.
     "Se (come in questa costituzione non pu essere altrimenti)  
richiesto l'assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o
non  debba venir fatta, nulla  pi naturale del fatto che, dovendo
decidere  di  far  ricadere su se stessi tutte  le  calamit  della
guerra  (cio  combattere personalmente,  pagarne  del  proprio  le
spese,  riparare a forza di stenti le rovine che la  guerra  lascia
dietro  di s e da ultimo, per colmo dei mali, assumersi ancora  un
carico  di  debiti che render dura la pace stessa  e  a  causa  di
successive  sempre  nuove guerre non potr mai  estinguersi),  essi
rifletteranno  a  lungo prima di iniziare un  cos  cattivo  gioco;
mentre in una costituzione in cui il suddito non  cittadino e  che
pertanto  non   repubblicana, la guerra  la cosa pi  facile  del
mondo  perch  il  sovrano non  membro dello Stato,  ma  ne    il
proprietario, nulla ha da rimettere a causa della guerra  dei  suoi
banchetti,  delle sue cacce, delle sue case di diporto,  delle  sue
feste di corte eccetera, pu quindi decidere la guerra alla stregua
di  una  specie di partita di piacere, per cause insignificanti,  e
per   salvare  le  apparenze  tranquillamente  lasciare  al   corpo
diplomatico, pronto a ci in ogni tempo, di giustificarla"(135).
     L'autonomia  di  ciascun  individuo, cio  la  possibilit  di
obbedire  liberamente  a  una  norma  della  quale  egli  stesso  
artefice,  cos  come  consente  ad  ognuno  di  far  parte   della
"invisibile  chiesa  universale",  allo  stesso  modo  pu   essere
garanzia di relazioni pacifiche tra tutti gli stati.
